Gianni Serventi
48 anni - Sant’Ilario D’Enza, Reggio Emilia, Emilia Romagna
Seduto sul gradino davanti all’officina, con le mani ancora un po’ nere di grasso e la sigaretta spenta tra le dita, Gianni ci accoglie con un sorriso stanco ma sincero. Indossa una maglietta grigia sbiadita e un paio di jeans blu chiaro, macchiati qua e là di olio e polvere.
A cura di Lucia Sanchi
Eh, praticamente da bambino. Mio padre aveva una piccola officina, e io ci passavo i pomeriggi dopo scuola. Mi piaceva guardarlo smontare i motori, capire come funzionavano le cose. A quattordici anni già sapevo cambiare l’olio, a diciotto ho iniziato a lavorarci a tempo pieno. Sono passati trent’anni, ma la passione è sempre quella.
“Non sono belli da vedere, eh, ma ci ho fatto di tutto con questi addosso”
Eh, ci vuole pazienza e precisione. Ogni macchina ha il suo carattere, e a volte ti fa impazzire. Ma quando senti il motore che riparte, dopo ore di lavoro, ti viene quasi voglia di abbracciarla. È un lavoro sporco, sì, ma pieno di soddisfazioni.
Questi? (ride) Questi sono i miei jeans da battaglia. Li ho comprati anni fa, semplici, blu chiaro. Dopo una settimana in officina erano già irriconoscibili: macchie d’olio, di grasso, un po’ di vernice sulle ginocchia. Col tempo si sono scoloriti, hanno preso quella sfumatura strana che solo il lavoro ti regala. Ogni macchia è una giornata diversa, un motore che non partiva, una riparazione riuscita, una corsa sotto la pioggia per chiudere il portone.
Che dovrei buttarli (ride). Ma io non ci penso neanche. Dice sempre: “Gianni, sembri uscito da una miniera!”, e forse ha pure ragione. Però mi conosce, sa che sono un tipo legato alle cose. Io glielo dico sempre: “Finché stanno insieme, restano con me”.
Ora sì, è diventata un po’ una questione di famiglia. Mia moglie mi dà una mano con le carte, e mio figlio, che ha diciassette anni, comincia a venire in officina nel pomeriggio. Mi fa piacere. Lo vedo che ha la mia stessa curiosità: guarda, chiede, prova. Gli dico sempre che qui non si impara con le parole, ma con le mani.
Mi alzo presto, verso le sette. Un caffè veloce, poi apro l’officina. A volte arrivano già i clienti che devono andare al lavoro e hanno l’auto che non parte. La mattina vola tra rumori di compressori, chiavi inglesi e radio accesa sul banco. A pranzo torno a casa, mia moglie ha sempre qualcosa di pronto. Poi, nel pomeriggio, si riparte fino a sera. Quando chiudo la saracinesca, mi tolgo i guanti, mi guardo i jeans e penso: “Anche oggi hanno lavorato più di me”.
Il contatto con la gente. Ogni macchina ha una storia, ma anche chi la porta dentro. Ci sono clienti che conosco da vent’anni, vengono più per fare due chiacchiere che per cambiare l’olio. E poi mi piace aggiustare, dare una seconda possibilità alle cose. Un po’ come nella vita: non sempre serve buttare via, basta capire dove intervenire.
Gianni si pulisce le mani su un vecchio straccio, poi guarda i suoi jeans e sorride. “Vede queste macchie?” dice. “Non se ne vanno più. Ma a me va bene così. Ogni segno racconta qualcosa — un bullone che non veniva via, una risata con mio figlio, un pomeriggio d’estate con trenta gradi in officina. Sono i miei jeans da lavoro, ma dentro c’è tutta la mia vita”.