Gabriele Rinaldi
20 anni - Bologna, Emilia Romagna
Gabriele appoggia la chitarra sul supporto, da uno scaffale prende un paio di jeans neri, piegati male, il tessuto segnato e consumato sulle cosce. Sono visibilmente usurati, scoloriti in alcuni punti, morbidi al tatto. Non sono più presentabili, ma continuano a stare lì. Non li indossa quasi più, ma non li ha mai buttati.
A cura di Lucia Sanchi
Oggi suono la chitarra elettrica in una band. Non è solo un hobby: è una parte fondamentale della mia vita. Tra prove e concerti passo più tempo con la chitarra addosso che senza. Lavoro anche come tecnico audio, quindi le giornate sono spesso lunghe e fisicamente impegnative. La musica per me non è solo suonare: è stare in piedi, caricare amplificatori, smontare a fine serata, ricominciare il giorno dopo.
“Se avessi contato i concerti fatti con questi jeans, sarebbero più consumati di così”
Li ho comprati anni fa, poco prima di un tour piuttosto intenso. Cercavo un paio di jeans neri, semplici, che potessero stare bene sul palco ma che fossero anche comodi per suonare a lungo.
All’inizio erano rigidi, compatti. Poi concerto dopo concerto hanno iniziato a modellarsi sul mio modo di muovermi. Le cosce si sono rovinate perché suono spesso con la chitarra appoggiata lì, tra prove infinite seduto sul case dell’amplificatore e live sudati sotto le luci.
Erano i miei jeans “da musica”. Li mettevo per provare, per suonare, per viaggiare stipato nel furgone con gli altri. Non erano delicati, anzi: li sceglievo proprio perché sapevo che avrebbero resistito a tutto. Cavi che sfregano, ginocchia piegate per sistemare pedali, birra rovesciata per sbaglio. Facevano parte del lavoro, come la chitarra o l’amplificatore.
Mi ricordano che la musica è soprattutto costanza. Non è solo l’ora sul palco, ma tutto quello che c’è prima e dopo. Questi jeans sono consumati perché sono stati usati davvero. Non sono rovinati per moda, ma perché hanno seguito il ritmo delle mie giornate. Ogni segno è una prova, una serata finita tardi, un viaggio notturno.
Una volta, durante un live molto movimentato, mi continuavo a muovere tra fili e cavi ballando e saltando. A un certo punto mi si è arrotolato il cavo dell’amplificatore attorno alla caviglia e sono inciampato davanti a tutto il pubblico. E’ stato imbarazzante… molto imbarazzante, ma ci siamo fatti tutti una risata. I miei jeans si sono rotti ancora di più e a fine serata sono sceso dal palco che erano tutti inzuppati di birra e sudore. Quella sera credo che questi jeans abbiano raggiunto il limite, non ne potevano più neanche loro.
“Per un paio di jeans, direi che hanno fatto il loro dovere fino alla fine”
ragazzi della band li riconoscono subito. Dicono sempre che sono “i jeans delle serate lunghe”. Per loro sono diventati quasi un simbolo: se li indossavo, sapevano che sarebbe stata una notte intensa.
Gabriele ripiega i jeans senza troppa precisione e li rimette sullo scaffale. “Non li uso più”, conclude, “ma hanno fatto quello che dovevano fare. Hanno tenuto il palco, le prove, i viaggi e le notti infinite”.