Antonio Caputo
39 anni - Gabicce Mare, Pesaro-Urbino, Emilia Romagna
Seduto su uno sgabello consumato nello studio prove, con una bacchetta che gira distrattamente tra le dita, Antonio ci accoglie con un sorriso sincero e il volto un po’ stanco.
A cura di Allegra Liverani
Intorno a lui, piatti appesi alle pareti e casse impolverate. Indossa una t-shirt nera scolorita e un paio di jeans blu chiaro, larghi, a vita alta, segnati da toppe e strappi che raccontano più di quanto sembri.
Sono un musicista, batterista per la precisione. Suono in due band, non siamo famosi eh facciamo serate in qualche locale, in più faccio anche lezioni private ai ragazzi. La batteria è stata la prima cosa che mi ha fatto sentire davvero a posto in un posto. È tutto ritmo, respiro, sudore. Non puoi barare: o ci sei, o si sente subito.
Questi li ho da parecchio. Non ricordo nemmeno quando li ho comprati, ma so che erano molto più puliti (ride). Sono comodi, per suonare mi servono così: baggy, vita alta, che non scendano mentre tengo il tempo col piede. Se un jeans mi stringe, non riesco a stare dentro il groove.
Sì, quella toppa lì è nata durante una tournée. Ore seduto alla batteria, sempre con la gamba sinistra leggermente in tensione, il rullante vicino, il movimento continuo. Il tessuto ha ceduto e si è aperto uno strappo netto. Ho messo una toppa, ma sotto si è formato un altro piccolo buco. Non l’ho mai chiuso. Non mi interessa se sono un po’ rotti, mi piace far capire che sono un musicista vero anche con il mio aspetto.
“Mi piace far capire che sono un musicista vero anche con il mio aspetto”
Quello è il fading delle prove lunghe. Quando suoni, non stai fermo: ti pieghi, ti alzi, sistemi i pedali, stringi viti. Le ginocchia e le cosce si consumano perché vivono. E poi sì, sono un po’ sporchi: polvere di palco, birra rovesciata, fumo dei locali. È normale. Se i jeans sono troppo puliti, vuol dire che non sto suonando abbastanza (ride).
Colpa dei pedali. Il piede destro va, torna, striscia. Alla fine il bordo si apre, i fili escono. Non li taglio mai. Mi ricordano che il ritmo non è mai perfettamente chiuso, continua sempre un po’ oltre.
Ci ho provato. Ma ogni volta che suono con altri jeans mi sento rigido, fuori posto. Questi sono diventati parte del mio modo di stare dietro alla batteria. Le riparazioni, i buchi, lo scolorito… è tutto legato alle ore passate a contare, sbagliare, ripetere.
La mattina preparo il caffè e rispondo ai messaggi degli allievi. Poi studio, anche solo mezz’ora, ma ogni giorno. Il pomeriggio spesso ho le lezioni, la sera le prove o i concerti. Torno a casa tardi, con le orecchie che fischiano e le gambe stanche. Questi jeans li butto sulla sedia e so che il giorno dopo saranno pronti di nuovo. Li lavo, sia chiaro, e ovviamente metto anche altri vestiti… però questi sono davvero unici, hanno come una resistenza speciale, sembrano tenere il passo con le mie giornate (ride).
Sono la prova che sto facendo quello che amo. Non sono perfetti, non sono alla moda, ma sono veri. Ogni strappo è una prova, ogni macchia un concerto. Finché reggono, vuol dire che sto ancora tenendo il tempo.
“Sono la prova che sto facendo quello che amo”
Antonio si alza, si siede dietro la batteria e sistema lo sgabello. Prima di iniziare, guarda i jeans e dice che se un giorno si romperanno del tutto vorrà dire che ha suonato fino in fondo, poi sorride e ci suona un piccolo assolo.