Fabrizio Canducci

Fabrizio Canducci

55 anni - Morciano di Romagna, Rimini, Emilia Romagna

Seduto sulla sedia della cucina, con le mani intrecciate davanti a sé. I jeans blu scuro sono piegati accanto, consumati e segnati in tutti i punti. Li indica subito, come se sapesse già da dove iniziare.

A cura di Lucia Sanchi

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Fabrizio, oggi cosa fai?

Vivo una vita tranquilla. Lavoro ancora, ma senza lo stress di una volta, e le mie giornate girano soprattutto intorno alla famiglia. Ho una figlia, Lucrezia, una ragazza vivace di cui vado molto fiero. Guardandola crescere mi accorgo di quanto il mondo sia cambiato fra social e telefoni... un universo diverso dal mio. Però in lei rivedo la spensieratezza di quando sei giovane e hai tutto davanti, ed è questo che mi rende felice, anche se a volte resto un po’ indietro rispetto ai suoi ritmi.

E tu da giovane com’eri?

Io da giovane ero uno di quelli che veniva definito “paninaro”. Fa un po’ ridere a dirlo oggi: adesso ci sono i tamarri, i maranza… allora chi era alla moda era un paninaro. Diciamo che era chi voleva fare un po’ il figo, e ammetto che ce la tiravamo anche un po’.

Cosa voleva dire essere paninaro?

Era tutta un’altra vita: il fenomeno dei paninari era una moda, ma niente a che vedere con la delinquenza di cui purtroppo si sente spesso parlare oggi tra i giovani. Noi vivevamo aspettando il sabato pomeriggio, quando ci si trovava in piazza, nei bar, vicino ai motorini. Dovevi avere i vestiti giusti, il taglio di capelli giusto, la giacca giusta: se sbagliavi anche solo una cosa, qualcuno lo notava subito (ride). Era uno status, sì, ma non solo apparenza. Era soprattutto stare in gruppo, fare battute, confrontarsi su chi aveva il motorino migliore o su chi conosceva la musica giusta.

“Niente a che vedere con la delinquenza di cui purtroppo si sente spesso parlare oggi tra i giovani”

E questi jeans cosa c’entrano in tutto questo?

C’entrano perché erano i miei preferiti di quegli anni, li avevo comprati apposta perchè erano da paninaro vero! (Ride). Erano blu scuro, belli pesanti, all’inizio quasi scomodi. Ma col tempo hann preso la forma del corpo e dei miei movimenti. I baffi sulle ginocchia e sulle cosce sono venuti da soli, davanti e dietro. Sempre gli stessi gesti: con le gambe accavallate, seduto sul muretto, appoggiato al motorino. Alla fine i jeans diventano parte di te, si adattano ai tuoi movimenti..

Ci sono molti buchini sulle ginocchia

Per forza, li ho messi un casino! Uno strappo, poi un altro… alla fine erano ovunque. Quello in alto a destra è colpa delle chiavi e della catena che infilavo sempre nella tasca. La stoffa lì non ha retto e si è strappata.

Anche Il fondo dietro delle caviglie è completamente rovinato?

Sì, tutto mangiato. I jeans strisciavano sulle scarpe, sui gradini, sul motorino. Non li accorciavi, non si faceva. Era una specie di segno di appartenenza: più erano vissuti, più contavano. Davanti invece la cimosa è rimasta intatta, ed era importante farla vedere. Diceva: questi jeans sono veri.

Che ricordi ti portano questi jeans?

Mi riportano a pomeriggi lunghi senza fretta con gli amici, le battute, i giri in motorino, le piccole sfide: chi riusciva a far partire il motore prima, chi riusciva a portare più velocemente la birra al tavolo del bar senza farla cadere. Ricordo i pomeriggi assolati sulle panchine, le serate fredde appoggiati ai muri, le risate e gli insulti scherzosi. In quegli anni che ho consolidato le amicizie di una vita.

“In quegli anni che ho consolidato le amicizie di una vita”

Tua figlia cosa dice quando li vede?

(Ride) Lei mi dice: “Papà, sono tutti rotti!” Poi però li prende in mano, li guarda meglio e fa domande. Le dico: “Non erano solo pantaloni, erano un modo di stare al mondo”. Lo so fa un po’ ridere, ma i ricordi della gioventù sono una cosa che ti resta nel cuore, forse lei non lo capisce ancora, ma un giorno lo farà.

Cosa rappresentano per te oggi questi jeans?

Un periodo che non torna, ma che non si dimentica. Non ero migliore di adesso, ero solo più giovane, più impaziente, più spensierato. Ogni strappo mi ricorda che ero lì, che facevo parte di qualcosa. Amici, risate, pomeriggi interminabili. Sono vecchi e rovinati, sì, ma veri.

Fabrizio li ripiega lentamente e li rimette sulla sedia accanto a sé. Sorride appena, ci dice che non li rimetterebbe mai più però non li butterebbe mai!