Alice Cavalli
37 anni - Covignano, Rimini, Emilia-Romagna
Entriamo nel suo studio nel centro di Rimini, uno spazio silenzioso. Alice sta sistemando alcune stampe appoggiate al muro e ci accoglie con un sorriso, di quelli che mettono subito a proprio agio. Ha le mani leggermente macchiate d’inchiostro e una macchina fotografica al collo con la tracolla consumata.
A cura di Tommaso Bianchi
Sì, ormai da circa dieci anni. All’inizio era una passione, poi è diventato il mio lavoro. Non è sempre facile, soprattutto oggi, ma non riuscirei a fare altro. Fotografare mi obbliga a guardare davvero le cose, le persone, i momenti. È come fermare qualcosa che altrimenti scivolerebbe via. Ho archivi pieni di foto che non mostrerò mai a nessuno, ma che per me sono fondamentali. Sono come una memoria secondaria della mia vita.
“Quella caduta a Covignano me la ricordo ancora… abbiamo riso forte, più della paura”
Sempre. Se smettessi, vorrebbe dire che ho perso il senso di quello che faccio. A volte è una luce improvvisa, altre uno sguardo, un gesto minuscolo. Scatti e capisci che lì dentro c'è qualcosa che vale la pena tenere. È una forma di rispetto verso il tempo passato.
Sì, Matilde che ha 5 anni e Davide che ne ha 10. Sono la mia gioia, con il loro papà, Paolo, siamo separati da qualche anno ma siamo rimasti in buoni rapporti. Non c’era più amore, semplicemente. Abbiamo preferito essere sinceri e andare avanti con affetto e rispetto.
Ah, i miei jeans preferiti! Li mettevo sempre, ma davvero sempre. Li avevo comprati nuovi, in un negozio in centro a Rimini, e li avevo pagati con i soldi delle mie prime stagioni estive. Ero fiera, mi sembrava di aver conquistato qualcosa da sola. Non erano un modello particolare, ma mi facevano sentire bene, alla moda. Le mie amiche mi chiedevano sempre dove li avessi presi. All’inizio erano di un blu scuro intenso, poi con i lavaggi e l’uso si sono scoloriti. Hanno pure il segno del portafoglio in tasca, quello non se n’è più andato! Sono talmente affezionata che non riesco proprio a buttarli o a darli via. Spero che un giorno Matilde li voglia mettere… mi piacerebbe tantissimo.
Sì, uno in particolare che ogni volta mi torna in mente. Li indossavo una sera d’inverno, io e Paolo stavamo ancora insieme, eravamo fidanzati. Era febbraio, faceva freddo, e avevamo deciso di andare a mangiare una piada al bar Ilde, su a Covignano. Lui mi fa: “Dai, guida tu la moto!”. Io non ero proprio un’esperta, ma ho voluto provarci lo stesso. Per farla breve… siamo caduti! Per fortuna niente di grave, solo una gran botta e un po’ di spavento. Dopo esserci assicurati che stavamo bene, ci è venuto da ridere come due matti. Poi però ho guardato i miei pantaloni, tutti graffiati, e mi è venuto da piangere. Erano nuovi, i miei preferiti! Paolo cercava di consolarmi, e alla fine siamo finiti lo stesso a mangiare la piada, tanto per chiudere la serata. Una di quelle serate che ti rimangono addosso, anche se non va come avevi immaginato.
In un cassetto, piegati con cura. Ogni tanto li tiro fuori, li tocco, li guardo. Sono un pezzo della mia storia, di una fase in cui stavo crescendo senza accorgermene. Non li metto più, ma non riuscirei mai a buttarli. Come certe fotografie: non le appendi, ma non puoi farne a meno.
Alice si volta verso una stampa appena sviluppata, la osserva in silenzio e aggiunge, quasi sottovoce: “Davide dice che tengo troppe cose vecchie… ma io le rispondo sempre che alcune storie non si eliminano. Si archiviano. E restano lì, pronte a farsi guardare quando serve”.