ISLANDA APOCALISSE

Esperienza di Lukas

Lukas ha trascorso dieci giorni senza parlare, senza specchi, senza alcun oggetto che potesse ricordargli chi fosse. Solo neve, vento e una mente costretta a rimanere scoperta. Il monastero in cui era ospitato sembrava puro fino alla crudeltà: stanze gelide, corridoi vuoti che facevano rimbombare ogni passo, pasti essenziali come una punizione. «Lì il silenzio non ti lascia in pace. Ti perseguita finché non smetti di difenderti.» I primi giorni sono stati una lotta contro se stesso. La mente correva senza freni, come un animale intrappolato. Ogni pensiero diventava più nitido, più spietato. Poi qualcosa si è placato. Non fuori, ma dentro. Lukas ha iniziato a percepire il proprio corpo come se fosse nuovo: il respiro, la pelle che reagiva al freddo, l’esattezza dei movimenti. «Mi sembrava di abitare un luogo che avevo ignorato per anni: me.» Al decimo giorno ha parlato. La sua voce non gli apparteneva più. Era lenta, bassa, come se avesse perso peso inutile. «Sembrava una voce appena nata. Non ero abituato a sentirla.» Tornare alla civiltà gli ha fatto più male dell’isolamento.
«Sentivo tutto. Troppo. Non potevo scappare neanche da me stesso.»
Le luci, i rumori, la fretta degli altri: tutto era più violento di qualunque silenzio. «Mi mancava il vuoto. Il silenzio mi pesava addosso… ma mi teneva in piedi.» Oggi Lukas non sa se ha trovato una nuova versione di sé o se ha solo riportato indietro un fantasma. Cammina tra persone che parlano troppo forte, tra colori che sembrano stonare, e ogni dettaglio gli chiede di essere qualcuno che forse non è più. A volte gli sembra di avanzare con le mani tese nel buio, sperando di riconoscere almeno il contorno di ciò che era. Eppure qualcosa lo spinge avanti: una tensione sottile, come un filo che vibra solo quando il mondo tace abbastanza. Forse sta cambiando davvero. O forse sta semplicemente imparando a convivere con il vuoto che credeva di aver lasciato indietro, ma che non ha mai smesso di camminargli accanto.