LA SABBIA TI SVUOTA
Esperienza di Mattia
Durante un trasloco, Mattia aveva trovato una vecchia cartolina di suo nonno: un deserto attraversato da una strada interminabile. «Sembrava dirmi di andare, di sparire per un po’», pensò, spolverando il bordo ingiallito. Non era nostalgia: era una spinta verso qualcosa che ancora non conosceva. Pochi giorni dopo aveva caricato l’immagine su un sito di viaggi “non convenzionale”. La prima domanda arrivò come un colpo: «Cosa significa per te questa cartolina?». Lui rispose che desiderava perdersi. Non in un posto sicuro, ma in uno sconosciuto. Tre settimane più tardi la cartolina lo portò nel sud del Marocco, in un piccolo villaggio berbero.
Le case di terra cruda sembravano scolpite dal vento, i bambini correvano nella polvere, e il tempo scivolava lento, come le ombre. Ogni mattina un uomo silenzioso lo attendeva con due cammelli. Parlavano poco, ma Mattia avvertiva in lui un rispetto profondo per quella terra. All’alba attraversavano le dune: il sole ancora timido, la sabbia che scricchiolava sotto i passi del cammello, come neve calda.
Le case di terra cruda sembravano scolpite dal vento, i bambini correvano nella polvere, e il tempo scivolava lento, come le ombre. Ogni mattina un uomo silenzioso lo attendeva con due cammelli. Parlavano poco, ma Mattia avvertiva in lui un rispetto profondo per quella terra. All’alba attraversavano le dune: il sole ancora timido, la sabbia che scricchiolava sotto i passi del cammello, come neve calda.
«Non sentivo più il tempo.
Solo il rumore dei passi
sulla sabbia.»
Nel deserto i pensieri non si affollano: si allungano. Ogni domanda prende spazio e risuona nel petto. «Non ero preparato a sentire me stesso così chiaramente», avrebbe detto poi. Tra una duna e l’altra aveva imparato a rallentare, ad aspettare, a camminare senza sapere quando sarebbe arrivato, senza cercare subito un senso. Una sera, sotto un cielo così pieno di stelle da sembrare sul punto di traboccare, il vento soffiava freddo e il buio liberava invece di spaventare. Mattia capì che perdersi non era scomparire, ma fare spazio. «A volte devi perdere i tuoi confini per capire chi sei», mormorò. Quando tornò, non portava souvenir: solo la cartolina, cambiata. Non era più un invito, ma un promemoria. Un modo per ricordarsi che ogni strada, anche la più vuota, conduce da qualche parte. Anche quando quella “parte” sei tu.